



Londra 07:07:2006
REPORTAGEQuasi un anno dopo gli attentati nella capitale inglese, abbiamo preso lo stesso autobus, da Hackney Wick a Tavistock Square. Per cercare tracce di paura collettiva. Invece niente. Tutto è tornato normale: i pendolari, gli uomini d'affari, i turisti, i bobbies. Diario di un viaggio nel tempo e nell'inconscio
di Enrico Franceschini
Otto e cinquantotto di un mattino londinese come tanti: nuvole basse gonfie di pioggia, raggi di sole che le trafiggono, forse diventerà una bella giornata, penso speranzoso salendo sull'autobus, con un quotidiano sotto braccio, insieme a massaie, studenti, pendolari. Sono ad Hackney Wick, periferia della capitale, capolinea della linea 30. Un bus rosso a due piani esattamente come questo, precisamente alla stessa ora, cominciò il suo viaggio dallo stesso posto, poco meno di un anno fa: era il 7/7, il sette luglio, e quel bus non arrivò mai al termine del suo percorso. Giunto più o meno a metà strada, a Tavistock Square, nel cuore della metropoli, un'esplosione lo scoperchiò come una scatola di sardine, facendo volare via il tetto: tredici passeggeri persero la vita, gli altri riportarono ferite e contusioni, soltanto l'autista rimase, incredibilmente, illeso. Fu la quarta bomba umana, il quarto kamikaze dopo i tre che si erano fatti saltare in aria nel metrò: Londra rimase paralizzata per 24 ore, quindi reagì con grande compostezza. Ma la ferita lasciata dall'attentato, il terzo contro una grande città dell'Occidente dopo quelli di New York e Madrid, bruciò a lungo. Per questo, nell'imminenza del primo anniversario di quella strage terroristica, che causò in tutto cinquantaquattro morti, vale la pena di rimontare sull'autobus numero 30, per scoprire se la ferita si è cicatrizzata, se è rimasto il segno del dolore, della paura, della tensione.
Potrei, certo, ripercorrere le orme dei terroristi suicidi e delle loro vittime innocenti anche su una delle tre linee dell'Underground, la tube, il tubo, la sterminata metropolitana londinese, che fu colpita in quel mattino della scorsa estate: non a caso, si disse poi, ma in modo da disegnare una "croce di fuoco" sulla mappa della capitale, simbolo dell'Occidente cristiano in fiamme. Ma vedrei, scendendo sotto terra, soltanto facce e gallerie buie. Confesso che nei primi giorni, forse anche nelle prime settimane dopo l'attentato, mi rifiutai di usare il metrò: un po' perché l'avevo promesso a mio figlio, un po' perché ero intimorito anch'io all'idea di cacciarmi in trappola. Poi, però, per me come per milioni di londinesi, l'esigenza di attraversare in fretta la più grande città d'Europa ha avuto la meglio su qualsiasi altra preoccupazione: o prendi il metrò o rinunci a lavorare, e allora tanto varrebbe andarsene a vivere da qualche altra parte. Sicché posso testimoniare che l'Underground, il treno sotterraneo, è tornato a essere pieno zeppo, come prima del 7 luglio. Per cogliere l'unica differenza bisogna tenere occhi e orecchie bene aperti: ossia leggere i cartelli o ascoltare gli occasionali annunci con l'altoparlante che invitano a segnalare immediatamente alla polizia ogni borsa abbandonata, ogni oggetto sospetto.
Per capire davvero se, e come, è cambiata Londra, tuttavia, bisogna risalire alla luce del sole: si fa per dire, poiché qui il cielo azzurro non capita tutti i giorni. È azzurro, almeno momentaneamente, mentre il bus numero 30, lasciato il capolinea, s'infila su Wick Road. È uno dei nuovi autobus che rimpiazzano gradualmente la vecchia flotta dei Routemasters, i veicoli con metà del muso rientrante e il predellino sul retro sempre aperto, che vengono pensionati poco per volta dopo mezzo secolo di onorato servizio: ma anche il 30 del 7 luglio scorso era della nuova generazione. Come i Routemasters, in ogni modo, anche questi sono di colore rosso e a due piani: sicché prendo la scaletta che conduce al secondo e vado a sedermi lì, in prima fila. Lo faccio per vedere meglio il panorama, perché dall'alto così avanti si gode una vista invidiabile della strada, delle case circostanti (in certi punti puoi spiare cosa succede dietro le finestre), della gente sui marciapiedi; ma non riesco a scacciare l'immagine che un fotografo scattò del 30 subito dopo l'esplosione, in cui due studenti si sorreggevano l'un l'altro, terrorizzati ma vivi, appunto sulla prima fila del secondo piano. Chissà se è un riflesso incondizionato, di scaramanzia, ad avermi condotto sul loro stesso sedile.
A ogni fermata, passeggeri salgono e scendono. In media, ora, ce ne saranno a bordo una trentina. Sono sufficienti a rappresentare il miscuglio di razze che è Londra, capitale multietnica del pianeta. Tutti i popoli e tutte le religioni della terra, o quasi, che viaggiano insieme per qualche decina di minuti al giorno, a stretto contatto di gomiti, per lo più ignorandosi se appartengono a etnie e fedi differenti, ma al tempo stesso rispettandosi, senza aggressività o diffidenza. Sarà per questo che mentre l'autobus continua la sua corsa - Morning Lane, Valette Street, Paragon Road, Mare Street, non finisce mai la periferia di Londra - mi pare che nessuno dei miei compagni di viaggio s'innervosisca quando alla fermata di Graham Road sale un giovane dalla pelle scura, con una barbetta appuntita sul mento, lo sguardo fisso nel vuoto e uno zainetto in spalla. Uno zainetto, sottolineo, non un pesante zaino di tipo militare come quelli che portavano in spalla i quattro kamikaze del 7 luglio: e ciononostante, per quel poco che so di chimica, potrebbe contenere abbastanza esplosivo da provocare un piccolo, o magari non tanto piccolo, massacro, sul nostro autobus. Eppure nessuno, tranne il sottoscritto (mentalmente impegnato a prendere appunti), gli punta gli occhi addosso, nessuno inarca un sopracciglio, nessuno balza alla porta per scendere alla prossima fermata.
Non si avvertono paranoie e diffidenza, probabilmente, per la stessa ragione che ha riportato, come niente fosse, i londinesi sul metrò. Tre milioni di passeggeri al giorno prendono la metropolitana di Londra, quattro milioni al giorno salgono sui suoi bus: tra questa moltitudine, i giovani dalla pelle scura, con una barbetta appuntita sul mento e uno zainetto in spalla, sono migliaia, se non decine di migliaia, senza contare tutti gli altri giovani o meno giovani che teoricamente potrebbero creare sospetti, per la loro nazionalità, per come sono vestiti, per come agiscono. Allarmarsi significherebbe rinunciare a prendere i trasporti pubblici; rinunciare a muoversi; in pratica, rinunciare a vivere a Londra. Il 30, invece, si muove, caracollando al piccolo trotto nel traffico che si fa più intenso. Ecco Highbury Station, la fermata del mitico stadio dell'Arsenal, dove l'Arsenal non giocherà più perché dal prossimo campionato si trasferisce in uno stadio più grande, moderno e periferico, e questo verrà trasformato in condominio di lusso (con vista su uno spicchio di campo da gioco conservato com'è). Ecco Islington High Street, la strada principale del quartiere diventato alla moda perché ci abitavano Tony e Cherie Blair prima che lui, nel 1997, diventasse Primo ministro e con un tocco di bacchetta magica rendesse cool, cioè di moda come e più di sempre, tutta la Gran Bretagna.
Il ragazzo con lo zaino scende proprio a Islington. Dove fosse salito il giovane con lo zaino pieno di esplosivo, il 7 luglio, non lo sa nessuno con certezza, ma dalle testimonianze dei superstiti Scotland Yard si è convinta che salì quando il 30 era già arrivato in centro, forse perché non aveva potuto farsi saltare in aria sotto terra, nel quarto punto cardinale della "croce di fuoco", a causa di un guasto capitato quella mattina in una linea del metrò. Seduti dietro di me, ora, ci sono due studenti, un cinese di Taiwan e una belga. Chiedo se prendono spesso questo mezzo, rispondono di sì. Lo presero anche il 7 luglio? Lei non studiava ancora a Londra. "Io sì, ma quel giorno non venni all'università, stavo cambiando casa", spiega lui. E non temono che i terroristi tornino a colpire, allo stesso modo, sul metrò o su un autobus? Alzano le spalle, tacciono, poi lei dice: "Potrebbero colpire dovunque". Eccoci a King's Cross Bridge, vicino alla grande stazione ferroviaria e della metropolitana da cui l'anno scorso uscirono migliaia di passeggeri in preda al panico, poco dopo le esplosioni: stavolta ne escono a migliaia di londinesi che camminano spediti dietro ai loro affari. Euston Road: ancora poche centinaia di metri e sbucheremo in Tavistock Square, il punto in cui il kamikaze premette il pulsante. Le strade, ora che siamo in pieno centro, pullulano di turisti, che dispiegano mappe, scattano fotografie col telefonino, domandano informazioni ai passanti. Tutto normale, tutto regolare: le statistiche indicano che le presenze di visitatori stranieri in città hanno subito una flessione tra luglio e ottobre dello scorso anno, poi hanno lentamente ricominciato a crescere e oggi sono tornate ai livelli di prima. Si vede che non c'è bisogno di essere londinesi per comportarsi come tali: per ragionare come la studentessa belga, dicendosi che il prossimo attentato potrebbe succedere "ovunque" e che nel frattempo bisogna continuare a vivere, il che include andare in vacanza a Londra, se uno può permetterselo.
L'autobus transita davanti alla targa che ricorda che il grande Charles Dickens visse per qualche tempo proprio lì, nella casa davanti alla quale un altro bus numero 30, poco meno di un anno fa, a questa stessa ora - le 9 e 47 del mattino - fu scoperchiato da una bomba umana. Il mio continua la sua corsa, verso Tottenham Court Road, Regent's Park Station, Oxford Street, fino all'ultima fermata, Marble Arch. Io scendo qui. M'imbatto, appena messo piede a terra, in un poliziotto: uno di quei flemmatici bobbies inglesi, con il suo buffo elmetto e l'aria innocua. Ce n'erano tanti, di poliziotti, nel cuore di Londra nei giorni successivi all'attacco: sono diminuiti o scomparsi anche loro. "Everything all right?", tutto bene, chiedo al poliziotto: domanda scema. Ma lui, compito, porta due dita all'elmetto in segno di saluto e replica: "Everything all right, sir". Dio salvi la regina, che al resto possono pensarci i londinesi.
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