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domenica 15 ottobre 2006

stamford hill & hackney 01





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Cercasi casa per gli ebrei di Londra
reportage Spazi angusti, prezzi alle stelle. Così in 16 mila lasciano il quartiere degradato di Stamford Hill. Tra mille polemiche
di Stefania Romani
Sulla mappa della metropolitana di Londra, la fermata più vicina a Stamford Hill, distretto di Hackney, è quella di Manor House, sulla Piccadilly Line. Chi ci arriva partendo da Knightsbridge, prima di infilarsi sottoterra vede sfilare le vetrine di Harrod's, Prada, Chanel. Uscirà dopo quattordici fermate. E ad accoglierlo, davanti a un negozio di fish&chips, troverà una pensilina per autobus invasa da lattine di birra e resti di Burger King. Dal 2004 è questa, ufficialmente, la zona (il "municipio") più depressa dell'intera Inghilterra, record raggiunto grazie al basso livello dei salari e all'alto tasso di disoccupazione e criminalità. E qui vive la comunità più numerosa di ebrei ortodossi d'Europa: circa tremila famiglie, quasi sedicimila persone, che ora, fra mille polemiche, stanno cercando un nuovo spazio. Per restare sempre uniti, ma un po' meno stretti.
I primi ebrei arrivarono a Stamford Hill negli anni Venti, dopo la Grande guerra, quasi tutti dall'Europa dell'Est. Adesso, con un tasso di natalità dell'8 per cento, sono diventati all'incirca l'11% dell'intera popolazione di Hackney. In quasi ottant'anni la comunità ha creato un quartiere a misura delle proprie esigenze. A Stamford Hill ci sono ottanta centri sociali e ventuno scuole ebraiche, che partono dalle materne per finire con gli istituti di studi religiosi per adulti. Ci sono cinquantasei sinagoghe, quasi tutte interne agli edifici, compresa la più grande dell'intera Gran Bretagna, quella di Bobover. Più, ovviamente, centinaia di attività commerciali kosher. E se la kedassia, ovvero l'autorità che certifica la purezza dei cibi per la comunità ebraica britannica, scopre semi di sesamo che contengono teina tostata in fabbriche non kosher, la notizia viene immediatamente riportata a titoli cubitali sul locale Jewish Tribune, considerata la voce degli anglo-ebrei ortodossi.
Il rabbino Abraham Pinter, uno dei portavoce della Congregazione dell'Unione degli ebrei ortodossi di Londra, conosce bene questo quartiere: "Se cammini per le strade di Stamford Hill hai l'impressione che tutti quanti si somiglino. Barba, boccoli lunghi, cappelli a tesa larga e cappotti neri. E donne vestite come negli anni Trenta. Ma la realtà è più variegata: ci sono i commercianti di diamanti di Hatton Garden, e i quarantenni che studiano tutto il giorno la Torah, mantenuti da suoceri e genitori, ma anche idraulici e fornai sionisti entusiasti, come pure anti-israeliani convinti. C'è chi vota laburista, come me, e chi conservatore. E, alla fine, ci accomuna la stretta osservanza religiosa che regola il nostro stile di vita. Forse per questo vi sembriamo tutti uguali".
Nato a Londra, Pinter ha poi vissuto a lungo a New York, ed è tornato a Stamford Hill ad aprire una scuola ebraica, Yesodey Hatorah, che dirige insieme alla moglie. Per entrare bisogna superare cancello e sorveglianza, praticamente un check-point. Nell'androne un foglio in bacheca spiega cosa fare in caso di minaccia di attentato. Accanto, c'è la foto con dedica della regina Elisabetta II, in visita ufficiale alla comunità. E al centro dell'ufficio di Pinter, c'è anche il plastico della nuova scuola femminile.
Il rabbino affronta con l'insofferenza di chi ha discusso troppe volte lo stesso argomento, la notizia che da qualche mese ha però scatenato una vera e propria querelle sui media inglesi. L'ipotesi di costruire un nuovo quartiere esclusivamente ebraico. "Una nuova utopia o un nuovo ghetto?" ha titolato tempo fa The Times, riassumendo in modo piuttosto efficace il problema. Il fatto è, banalmente, che Stamford Hill scoppia, e qualcuno guarda a Milton Keynes, città a un'ottantina di chilometri da Londra, costruita dal nulla alla fine degli anni 60, come a una futura sede della comunità.
"C'è chi vede questa proposta come un modo per isolarci ulteriormente, creando quasi un ghetto", dice il rabbino, "ma la ragione è molto pratica: qui non ci stiamo più. La comunità sta crescendo a una velocità fenomenale, in media ogni famiglia ha sei o sette figli. E a Londra i prezzi delle case sono diventati oscenamente alti. D'altra parte, il rispetto delle regole che il nostro credo impone rende il vivere comunitario una necessità imprescindibile. Abbiamo bisogno dei nostri negozi e delle nostre scuole, e di sinagoghe da raggiungere a piedi nello shabbat, quando non possiamo guidare. Il sabato non possiamo usare neppure gli ascensori, quindi è fondamentale abitare in case di pochi piani, altrimenti anziani e madri con carrozzine resterebbero imprigionati in casa tutto il giorno". Praticità a parte, la paura di vivere separati dalla comunità è dovuta soprattutto al rischio di perdere l'assistenza delle associazioni ebraiche, senza le quali molti non potrebbero sopravvivere. Melanie Danan lavora a Interlink, l'organizzazione che coordina tutte le ong che si occupano della comunità: "A Stamford Hill", spiega, "solo il 22 per cento degli adulti lavora a tempo pieno, gli altri hanno occupazioni part-time o proseguono con gli studi della Torah. Più della metà dei membri della comunità riceve dei sussidi e uno su cinque vive in case fornite dalla Agudas Israel Housing Association, che aiuta loro anche a trovare un lavoro".
Le associazioni che fanno capo a Interlink si occupano di tutto, dalle cure per disabili fino ai prestiti gratuiti di occhiali, valigie, cellulari, o alla fornitura di pasti speciali per le famiglie che durante le festività religiose non possono permettersi di imbandire una tavola come si deve.
La proposta di trasferirsi tutti a Milton Keynes arriva da Ita Symons, chief executive della Agudas Israel Housing Association, organizzazione nata nel 1982 per fornire assistenza sociale e acquistare terreni dove costruire case economiche per la comunità. A Hackney, l'Agudas possiede più di 350 case, assegnate per la maggior parte a residenti disabili, anziani e famiglie disagiate: "Il tasso di natalità alto", spiega Symons, "fa sì che servano sempre nuovi appartamenti o che quelli esistenti vadano ampliati". Lei stessa è arrivata in Gran Bretagna, dalla Polonia, nel '46, dopo un lungo viaggio su una nave insieme ad altri trecento bambini.
"La nostra religione", prosegue, "vede comunque un figlio come una benedizione. Qui da noi, la maggior parte dei bambini vive in famiglie povere, ma istruzione e alloggio vengono garantiti a tutti. Ovviamente li educhiamo secondo le nostre regole: niente tv, media o internet - e questo non è negoziabile".
Sulla scrivania sommersa di documenti, fotocopie e piantine stradali, c'è anche il progetto dell'area di Tattenhoe Park, a Milton Keynes. Sotto un disegno di casette con giardino e bambini sorridenti, poche righe spiegano che quella potrebbe diventare "una vera e vibrante comunità Torah", completa di sinagoghe, scuole elementari, mikveh (i bagni usati per motivi rituali), negozi kosher, ma soprattutto case con tre o quattro stanze, i cui prezzi variano dalle centosettantacinquemila alle duecentomila sterline.
La fase uno del progetto prevede la costruzione di 300 case entro il 2007. L'iter burocratico, però, è ancora lungo. Phyllis Starkey, deputato laburista eletto nell'area di Milton Keynes, chiarisce: "Entro l'inverno una consulta deciderà se approvare o meno la vendita del terreno alla Agudas Israel Housing Association da parte della English Partnership, l'organizzazione governativa che ne è proprietaria. Poi si farà un'asta pubblica". Ma Symons ha bisogno di un'ulteriore certezza: che il prezzo d'acquisto sia inferiore a quello di mercato. "Per i membri della comunità", spiega, "possedere una casa è fondamentale, anche perché è in casa che si svolge la maggior parte delle nostre attività sociali. Ma non siamo ricchi, e per poter comprare, il prezzo deve essere molto vantaggioso. Nel caso non andasse così, stiamo già esaminando altre ipotesi".
Intanto, la gente della comunità spera che la possibilità di andarsene da stanze piene di figli, nuore e generi, non tardi a concretizzarsi. Una donna, seguita da una nidiata di cinque bambini, si ferma volentieri a parlarne: "Il quartiere ebraico? Sarebbe bello, non ci trovo niente di sbagliato nel voler rafforzare lo spirito della nostra comunità, e magari in un posto anche più sicuro di questo. Quasi tutti qui, almeno una volta nella vita, hanno subìto un abuso verbale a sfondo razzista". Poi s'incammina per la West Bank Road, e il nome ci impone di farle la domanda di rito - ma invano. Qui quasi nessuno ha voglia di parlare della politica di Israele con persone esterne alla comunità: "Chiedi a due ebrei un'opinione sull'evacuazione dei coloni da Gaza, e ognuno di loro ti darà tre pareri diversi", ironizza Abraham Pinter, aggiungendo: "La battuta è molto ebraica, e rispecchia il nostro stato d'animo. Veder cacciare ottomila persone dalla propria terra, è stato doloroso, anche perché molti di noi hanno figli sposati che vivono in Is-raele. Ma quella voluta da Sharon è una strategia che si spera aprirà una nuova fase della storia. L'unica cosa che ho trovato irritante è stata vedere le sinagoghe bruciate e dissacrate dai palestinesi. È stato un doloroso ritorno al 1948, quando a Gerusalemme molte sinagoghe subìrono la stessa sorte".
In attesa di buone nuove sul progetto di Milton Keynes, a Stamford Hill la lista di chi aspetta casa si allunga. Nell'intero distretto ci sono infatti più di diecimila famiglie - alcune musulmane e altre afrocaraibiche - che sognano, al pari degli ebrei, un alloggio decente. Sia le une che le altre fanno molto affidamento sugli efficienti sistemi di social housing delle rispettive comunità. Sperando che queste, a suon di capitali sociali, possano migliorare la situazione abitativa dell'intera zona.

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